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Nome: Aldo Flego
Dal 1997 al 2006 consigliere della Quarta Circoscrizione del Comune di Trieste: una lunga esperienza al servizio della Città, per progettare e costruire insieme, con forza e passione, il futuro di Trieste.Al centro della nuova Europa. ORA OLTRE I LIMITI DELLA POLITICA, CON INDIPENDENZA E CENTRALITA', "per Trieste". Potete scrivermi anche alla casella e-mail flegopertrieste@yahoo.it
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giovedì, novembre 02, 2006

Esodi ed espulsioni in Europa: la lezione della storia

ERZWUNGENE WEGE – PERCORSI FORZATI

 

Impressioni di viaggio, a margine della grande mostra di Berlino

La storia è sempre una, sola. Non vi sono più storie. Ciò vale per i Triestini, gli Istriani, gli Sloveni, i Croati, i Tedeschi, gli Europei tutti, ogni essere umano. Se guardiamo assieme la storia, con lo stesso spirito, e la stessa pietas (perchè la storia è fatta non solo di miele, ma anche e soprattutto di sangue), allora - forse - siamo pronti per il futuro.

Con questo spirito apro le nuove pagine del mio blog, aperte a chi vorrà contribuire con il pensiero e l'azione, per una FUTURA STORIA MIGLIORE.

Trieste può essere il motore di questa nuova storia.

 

L’anima di Berlino.

 

2006_0812berlin20060017Berlino è struggente: così la definisce una giovane istriana, del “Gruppo” dell’Unione, che sappiamo attenta e sensibile a cogliere atmosfere e realtà, al di là del consueto. Non so trovare aggettivo migliore: ho visto la città, la prima volta, nel 1970 (e la data dice già tanto…), e poi nel 2002 e infine adesso, assieme al “Gruppo”, e sempre ho sentito le vibrazioni della Storia, quasi esistesse un DNA dell’urbe, che fa di case, strade, chiese e monumenti qualcosa di vitale, corporeo. La città è fatta anche di gente, che porta addosso i segni della vita, e te li trasmette tutti: storie, gioie e tristezze, percorsi... .I berlinesi (un po’ come dire “i triestini”: chi sono, in realtà?) hanno varie anime, quella tedesca dell’ovest e dell’est, quella dei turchi, degli asiatici, dei migranti da ogni parte del globo che la città ha saputo accogliere e fondere: lo capisci guardando i giovani, pelle, capelli e occhi diversi, ma la cultura germanica prevale, imponendo serietà, pragmatismo ed efficienza e - l’ho scritto nella prima riga - dando loro uno sguardo struggente come Berlino, struggente come la Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche, ai cui piedi si mescolano gli odori dei Bratwuerstel e dei fast food orientali, che convivono con le rovine del tempio imperiale e il cemento alveolare della nuova chiesa, che ti accoglie nella luce blu per un momento di riflessione.

Anche negli anziani, i “più berlinesi”, che incontri per strada e poi sulle “S”, le “U”, le “M”, emblemi di un’ efficientissima rete di trasporti pubblici, trovi lo stesso sguardo, quasi il progresso, il benessere, la Wiedereinigung della Germania, il welfare tedesco, non avessero cancellato dal cervello gli ultimi settant’anni. Li trovi apparentemente soli, distanti e – se non li capisci - scostanti: ma se hai bisogno di un’indicazione, e magari parli la loro lingua, si aprono al sorriso e ti danno una mano.

2006_0812berlin20060033In tutti, giovani e vecchi, trovi però anche l’orgoglio della grande città, che ha voluto scrollarsi di dosso la polvere delle macerie, degli incendi e dei bombardamenti, e poi la crudezza del muro, quel Mauer che per tanti anni ha tagliato strade e piazze come una cesoia insanguinata, e ora è soltanto una lunga linea di pietre chiare piane e levigate, a livello stradale, che lo ricorda a imperitura memoria, come le croci bianche sulla riva della Sprea.

Berlino è la sede giusta per una mostra sui “percorsi forzati del ‘900”, e anche per quel “centro contro le espulsioni” che dovrebbe rappresentare per sempre – con l’esperienza del passato – monito e attività “perché ciò che è accaduto non si ripeta mai più”. Ma non tutti – anche fra gli stessi tedeschi, senza bisogno di valicare le frontiere sempre più virtuali con la Polonia o la Cechia - hanno voglia di capire, di pulire il proprio cervello dalle incrostazioni e dai preconcetti di chi ritiene il “Suo” come il “Vero”, di guardare avanti con la serenità di chi ha compreso, ha riconosciuto, ha perdonato, ha lavorato con intensità per superare diversità e garantire il ripristino di diritti spezzati. Perché, come scrive Claudio Magris in “Danubio”, “nessun popolo, nessuna cultura – come nessun individuo – sono privi di colpe storiche; rendersi impietosamente conto dei difetti e delle oscurità di tutti, e di se stessi, può essere una proficua premessa di convivenza civile e tollerante, forse più degli ottimistici attestati di lode elargiti da ogni dichiarazione politica ufficiale”. Con questo spirito ho visto Berlino, la mostra, e anche qualcos’altro…, in questo agosto tedesco del 2006.

 

L’anima della mostra.

 

2006_0812berlin20060052Sulla Unter den Linden, largo nastro d’asfalto che congiunge la Porta di Brandenburgo alla Alexander Platz, trovi tutta la storia di Berlino: i palazzi, i musei, il duomo, i residui del nazionalsocialismo e del comunismo. Mi risuona ancora nelle orecchie lo speaker di una parata del 1970, voce metallica di altoparlante che acclamava “…gegen Faschismus un Nationalismus, contro il fascismo e il nazionalismo…” mentre il plotone di soldati DDR marciava spedito al passo dell’oca.

Oggi, nell’agosto 2006, caduti i muri, la grande strada accoglie la storia e la democrazia, e anche – figlia legittima di quest’ultima – la protesta. Il Kronprinzenpalais, sede di esposizioni prestigiose, osserva maestoso e impassibile il brulicare nervoso, ai piedi dei grandi scaloni di accesso, di politici, giornalisti, fotografi, poliziotti, profughi del Darfur ed esuli, da tutte le parti, a Berlino come gli Istriani per dire, vedere, pensare, costruire insieme. Dall’altra parte della strada, sempre controllati a vista dall’ineffabile Polizei, gruppi di esuli tedeschi, simboli viventi dei 15 milioni di Vertriebenen - Espulsi dalle terre dell’Est, che protestano in silenzio – con striscioni e bandiere – per imprimere un’accelerazione nel riconoscimento di diritti e ricordi. 2006_0812berlin20060056Meritano una foto e una riflessione i neri profughi del Darfur, che anche nei discorsi ufficiali verranno poi menzionati. La loro manifestazione, civile ed efficace, fa pensare al loro olocausto, simile a quelli di tanti popoli martoriati. Siamo nel 21° secolo, ma il male degli uomini colpisce ancora. Dedico a questi fratelli esuli, incontrati a Berlino, un versetto del loro Corano, Sura 5.32 “ Chi uccide un uomo, ha ucciso nello stesso istante tutta l’umanità. Chi salva un uomo, salva così tutta l’umanità.” Pensiamoci.

2006_0812berlin20060066La sala dei discorsi è calda e strapiena, flash e telecamere puntano instancabili sui relatori. Gli applausi sono intensi e spontanei, a sottolineare le parole di Erika Steinbach, Presidente della Fondazione ZENTRUM GEGEN VERTREIBUNGEN, motore e anima della mostra, Norbert Lammert, Presidente del Parlamento Tedesco, György Konrad, scrittore ungherese, Joachim Gauck, già commissario federale per gli archivi della Stasi (il servizio di sicurezza della ex DDR, la famosa “Gestapo rossa”). E poi l’inaugurazione ufficiale e la visita.

2006_0812berlin20060069Ti trovi proiettato di colpo, nella grande sala, fra le tragedie del 20° secolo, e l’occhio corre rapido alla ricerca di “Noi”, fermandosi quando incontra la tabella “G. PETRIS – COMMESTIBILI”: ecco l’ Exodus istriano, e poi “Die Vertreibung der Italiener am Ende des zweiten Weltkrieges – L’espulsione degli Italiani alla fine della seconda guerra mondiale” e – con la sorridente foto della martire Norma Cossetto – “Die ethnischen Säuberungen – Die Foibe – Le pulizie etniche – Le foibe”. Leggi, rifletti, e poi passi alle altre tragedie.

2006_0812berlin20060071Un viso di vecchia, fazzoletto bianco e mani che si coprono il viso, che immagini stanco e piangente, attrae l’attenzione: “Vedova bosniaca, all’aeroporto di Sarajevo, 1992”. Emblema sofferente del collasso del mondo di Tito, quel mondo che poche decine di anni prima aveva fagocitato l’Istria…

La mostra non ti parla solo con la multimedialità, pannelli, filmati e suoni, ma anche con le “cose” dei profughi: vetrine, scatole (quasi time boxes warholiane), abiti e valigie. Un giovane del “Gruppo” osserva acutamente che le “valigie degli esuli sono tutte uguali”: è proprio così, esprimono paura, sofferenza, incertezza, e la polvere del tempo non ha tolto nulla. Un grande spazio è riservato ai “beni” degli esuli istriani, un campionario silenzioso che dal Porto Vecchio di Trieste ha preso la strada di Berlino per testimoniare e ricordare. Mobili “impacchettati”, pronti per andare chissà dove (…e hanno fatto poca strada), una carrozzina giocattolo, un busto di Wagner, che mai avrebbe immaginato di spiccare un volo così strano, dall’Istria a Berlino.

A poca distanza una vetrina dedicata ai “Lager”. La guardi silenzioso, quasi una preparazione ad un’altra visita…

Fuori dal Palazzo, dopo i brindisi, i saluti, gli arrivederci, ti trovi avvolto dalla sera berlinese, e ti prepari alla cena conviviale. Ma continui a pensare…La mostra ha trasfuso la sua anima nella tua.

Questi eventi, destinati al largo pubblico, e non solo agli storici e agli esperti, devono essere visti dalla gente, contribuiscono a diffondere storie e verità che altrimenti potrebbero correre il rischio di essere celate, dimenticate, sacrificate alla realpolitik dei governi e delle diplomazie. La costruzione dell’Europa, al di là delle formalità e dei paletti di Strasburgo e Bruxelles, ha bisogno di dibattito, di rispetto della memoria e dei diritti umani.

L’intellighentzia europea discute, elabora, costruisce. Bisogna comprenderla e seguirla. Porto ad esempio un passaggio del “dialogo” tra Jürgen Habermas, storico e filosofo tedesco e Adam Krzeminski, noto giornalista polacco,  pubblicato sul giornale tedesco Die Welt.

Krzeminski: La dura disputa sul “Zentrum gegen Vertreibungen” ( il “Centro contro le espulsioni” ha suscitato molte polemiche in Polonia) dimostra che in Europa la competizione sui dolori nazionali è tuttora in atto e che gli europei sono in difficoltà nella ricerca/invenzione di modi comuni di raccontare la storia. L’olocausto non sembra comunque sufficiente come mito costitutivo dell’Europa unita.

Habermas: Il punto di riferimento della controversia fra gli storici era la propria nazione, la propria identità nazionale. L’olocausto è come sempre costitutivo per l’identità dei cittadini tedeschi. Certo, dopo la riunificazione con la Repubblica Democratica Tedesca, che ha reintrodotto un pezzo di tardo stalinismo nell’eredità nazionale già di per sé tanto aggravata, ci confrontiamo con un “doppio passato”. Ma ciò non ha cambiato nulla nella responsabilità comune dei tedeschi per l’olocausto.
Mentre noi non possiamo sottrarci al ruolo dei colpevoli, in Polonia le cose stanno chiaramente in ben altro modo. In primo luogo i polacchi sono diventati le vittime di Hitler e Stalin. E per la coscienza politica dei polacchi lo stalinismo può avere, rispetto al fascismo, un altro peso. Ogni nazione deve innanzitutto venire a capo della propria storia, e ciò significa anche del proprio rapporto con le nazioni cui ha inflitto sofferenze e torti – per non parlare dei crimini contro l’umanità commessi dai tedeschi nei confronti dei polacchi e in territorio polacco. Una coscienza storica europea può nascere solo in una fase successiva, ossia attraverso una reciproca accettazione delle rispettive prospettive. In questo orizzonte europeo devono allora essere elaborate le espulsioni e le deportazioni nel loro complesso contesto, il genocidio degli armeni, anche gli attacchi aerei contro i civili nelle città tedesche, devono essere elaborati tutti i fatti storici cui è oggi preposta la Corte Penale dell’Aja. Soltanto così forse la debole forza della memoria potrà ancora sviluppare un’azione terapeutica, contribuendo alla riconciliazione e alla nascita di fiducia fra le generazioni nate dopo tali eventi.

La mostra di Berlino dà forza alla memoria.

L’anima di Buchewald

Il cervello, fra le tante vetrine della mostra, ha registrato fortemente quella contraddistinta dalla parola “Lager”. Il “Gruppo”, nel ritorno verso Trieste, rende omaggio alle vittime della follia umana, a Buchenwald.

Abbandoni la romantica Weimar, capitale della storia tedesca, della sua cultura e della sua infranta democrazia, e corri sulla strada  verso la collina. Ti accorgi che le ruote non girano più su un moderno asfalto: è la “strada del sangue”, blocchi di cemento costruiti dai prigionieri. Il bosco fitto, ai lati, ti prepara con la sua silenziosa ombrosità ad essere te stesso, fra pochi attimi, a sentire solo la voce del tuo cuore e della tua coscienza.

Il piazzale è grande, può accogliere tanti visitatori. Le macchine in sosta, però, sono poche, meglio, non avresti potuto sopportare la folla turistica, in un posto così.

2006_0812berlin20060125La “reception” del campo offre informazioni e depliant, e ospita anche una mostra fotografica, “Schwarz au Weiss, Nero su bianco”, le prime foto dopo la liberazione di Buchewald (fu il primo campo liberato dagli Alleati). Guardi la gigantografia, e i visi di quei prigionieri ti sorprendono per la loro dignità, che non viene meno dietro al filo spinato e con addosso le misere vesti rigate.

Apri il pesante cancello che ti introduce alla grande spianata: “Jedem das Seine – A ciascuno il suo”, così è scritto nell’inferriata. Il motto è tedesco, e qui ha segnato la corsa del tempo fra il 1937 e il 1945. Ma anche dopo, fino al 1950, quando – per cinque anni – il campo venne gestito dai sovietici….

E qui passo dall’impersonale al personale, per meglio esprimere sensazioni ed emozioni.

2006_0812berlin20060133Mi ritrovo solo in quell’area immensa, dove migliaia di persone (una foto mi aiuta a capire) venivano chiamate all’appello. Non sento alcun rumore, solo il flusso del mio sangue nella testa, nel corpo. Guardo il “Gruppo”, in colonna, scendere verso il basso, verso quel famigerato “Piccolo campo” dove i fiori posati dai giovani istriani testimonieranno un momento di intenso e commosso raccoglimento.

E i pensieri avanzano, impetuosi come il battito silenzioso del cuore, che sento solo io, dentro di me.

L’anima di Buchenwald è la somma di tutte le anime che qui sono volate, verso le mete che ognuna si era prescelta, per razza, origine, storia e religione, tutte accomunate da un unico destino, voluto dalla stupida brutalità dell’uomo. Buchenwald capolinea della sofferenza, di tanti convogli del dolore che hanno portato quelle anime sull’altare del sacrificio.

2006_0812berlin200601542006_0812berlin20060144

 

Buchenwald, come la mostra di Berlino, dà forza alla memoria.

                                                                                                         Aldo Flego

postato da: pertrieste alle ore 17:54 | Link | commenti
categoria:storia, , esuli, istria
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